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Segreti e verità della vita. Il cinema di MIKE LEIGH

Oscar, Golden Globe, Festival di Cannes, Mostra di Venezia, Festival di Berlino, Festival di Clermont-Ferrand: Mike Leigh non si è davvero fatto mancare nulla! La sua quasi quarantennale carriera - iniziata nel 1971 con Bleak Moments, guarda caso Pardo d’oro al Festival di Locarno - è costellata da numerose e prestigiose vittorie che ne fanno il regista inglese in attività più premiato. Successi che gli hanno senza dubbio consentito di conquistare la stima della critica internazionale, sebbene quella italiana, pur apprezzandolo moltissimo, ha spesso preferito occuparsi di altri autori, come per esempio il connazionale Ken Loach. Forse perché Leigh predilige un approccio intimo alle cose, improntato all’espressione sottovoce piuttosto che al grido d’indignata protesta o rivendicazione. Comunque stia la questione, l’unico volume a lui dedicato, edito in occasione di una passata edizione del Bergamo Film Meeting, risale all’ormai lontano 1993 e si chiude su quella che era all’epoca la sua ultima fatica, Naked. Con la pubblicazione di una monografia e l’allestimento di una retrospettiva organizzata anche con la collaborazione della Cineteca di Bologna, Sottodiciotto Filmfestival e Museo Nazionale del Cinema raccolgono il testimone e vanno a colmare una lacuna nell’ambito degli studi cinematografici. Proseguendo così una tradizione di riscoperte che negli scorsi anni ha riguardato Stephen Frears, Olivier Assayas, André Téchiné e Michael Winterbottom.
Il primo elemento interessante, per una manifestazione come Sottodiciotto, che emerge dall’opera del cineasta di Salford è di tipo squisitamente contenutistico: nella sua filmografia è in effetti spesso presente l’universo giovanile, messo in scena sia direttamente, sia tramite la mediazione di quella istituzione di base che è la famiglia. È dall’intricatissimo e delicatissimo grumo di relazioni tra padri, madri, figlie, figli, sorelle e fratelli che viene osservata la società contemporanea, colta tanto nelle sue apparenze esteriori quanto nelle proprie più recondite dinamiche. Aspetto, questo, che ha indotto alcuni a considerare erroneamente Leigh quale tipico esponente del nuovo realismo della British Renaissance sviluppatasi nel corso degli anni Ottanta.
Leigh è invece uno stilista, come si evince dai saggi raccolti per l’occasione, che realizza i suoi film attraverso un intenso lavoro di messa in scena del materiale drammaturgico. Bisognerebbe anzi definirlo un work in progress, condotto non in modo solitario, ma in équipe. Partendo da uno spunto narrativo iniziale, il regista chiede infatti a ciascun attore di contribuire, dapprima in forma individuale e poi collettiva, alla creazione della propria parte. È da tale via che prende corpo la sceneggiatura. I caratteri che vanno a configurarsi, ben lontani quindi dal costituire il frutto di un’ispirata arte dell’improvvisazione, rappresentano al contrario l’esito finale di una lunga e precisa costruzione a tavolino. Alla conclusione del percorso l’interprete si è totalmente annullato nel personaggio, mettendo a disposizione il suo intero bagaglio professionale per trasformarlo in una persona.
Le storie di Mike Leigh risultano dunque popolate da esseri umani in carne e ossa - non dalle loro proiezioni schermiche - che possiedono la stessa inedita consistenza materica dei contesti sociali e culturali in cui si muovono. Colpisce e affascina la modalità con la quale l’autore osserva il tutto: il suo è uno sguardo lucido ed esatto, sempre esterno al flusso degli eventi quel tanto che basta per mantenerne la giusta distanza e prospettiva, ma al contempo caldo e partecipe. Libero da qualsiasi presupposto ideologico, è un cinema che mostra e non dimostra, e che, così facendo, giunge naturalmente e inevitabilmente all’essenza profonda delle cose, alla verità della vita. Una poetica di questo genere dà origine a immagini di rara autenticità, che restituiscono perfettamente il senso di smarrimento dell’individuo di fronte ai segreti dell’esistenza. Un individuo che si ritrova suo malgrado immerso nella cosiddetta commedia umana e che viene guardato con compassione da un Leigh che ne condivide l’incerto destino.
Stefano Boni e Massimo Quaglia

In occasione della retrospettiva viene pubblicata dalle Edizioni Cineforum una monografia curata da Stefano Boni e Massimo Quaglia, che ospita contributi di Goffredo Fofi, Gianni Volpi, Emanuela Martini, Antonello Catacchio, Adriano Piccardi, Mariolina Diana.
Biofilmografia
Nato a Salford, nel Lancashire, il 20 febbraio 1943, Mike Leigh è figlio di un medico che esercita in un quartiere popolare della città. Deciso a diventare un attore, grazie ad una borsa di studio si iscrive nel 1960 alla Royal Academy of Dramatic Arts di Londra, di cui però non condivide i metodi di insegnamento. Dopo due anni passa a studiare disegno e pittura alla Camberwell School of Arts & Crafts; parallelamente segue anche i corsi di scenografia alla Central School of Art & Design e di recitazione alla London Film School. Nel 1962 mette in scena Il guardiano di Harold Pinter per il teatro della Royal Academy of Dramatic Arts e, nel 1965, debutta professionalmente con Little Malcolm and His Struggle Against the Eunuchs di David Halliwell allo Unity Theatre di Londra. Lo stesso anno diventa regista associato al Midland Art Centre di Birmingham, dove mette in scena la sua prima commedia, The Box Play. Nel 1967 è aiuto regista di Peter Hall alla Royal Shakespeare Company di Stratford-upon-Avon. Successivamente è attivo presso il Manchester Youth Theatre e la E15 Acting School di Londra, dove dirige i propri lavori e getta le basi per il suo metodo, basato su un lungo approfondimento dei personaggi con gli attori, seguito poi dalla stesura del testo. L’improvvisazione è limitata alla fase preparatoria e alle prove, al termine delle quali l’opera presenta una struttura più rigida e curata nei minimi dettagli. Nel 1971 debutta nella regia cinematografica con Momenti tristi (Bleak Moments, tratto da una sua pièce del 1970), un film dal budget limitatissimo messo a disposizione dalla Memorial Enterprises di Albert Finney e, in minima parte, dal British Film Institute. Leigh si impone subito all’attenzione della critica vincendo il Pardo d’oro al Festival di Locarno. Continuare il lavoro nel cinema, tuttavia, non è facile poiché il regista è fermamente convinto che il suo metodo teatrale debba essere applicato anche nella fase di preparazione di un lungometraggio e questo rappresenta un ostacolo per tutti i produttori cui si avvicina. Grazie alla televisione, però, Leigh può proseguire sulla sua strada. In quegli anni, infatti, la BBC produce una notevole quantità di film destinati al piccolo schermo, lasciando anche ai registi ampia libertà espressiva. Nel 1973 - anno in cui sposa l’attrice Alison Steadman, protagonista di molte sue realizzazioni - viene trasmesso Hard Labour, il suo primo lavoro televisivo. Ne seguiranno altri nove, fino al conclusivo Four Days in July (1984). Nel corso di questo decennio, Leigh affianca la produzione televisiva a quella teatrale, iniziando una collaborazione con l’Hampstead Theatre, dove ottiene grandi successi di pubblico (tra i quali Abigail’s Party, 1977, filmato anche per la BBC), imponendosi come uno dei più importanti nuovi talenti teatrali degli anni Settanta. Gli stessi eccellenti risultati vengono ottenuti anche con i successivi film televisivi: Nuts in May (1975), The Kiss of Death (1976), Who’s Who (1978), Grown-Ups (1980), Home Sweet Home (1982) e Meantime (1983). In tutti questi lavori, sempre contrassegnati da uno spiccato gusto per la commedia con toni grotteschi e talora surreali, Leigh offre uno straordinario spaccato dell’Inghilterra di quegli anni, mettendone in luce gli aspetti politici e sociali e mostrando gli effetti che essi hanno sulla vita della gente comune. Nel 1988 Channel Four accetta di produrre Belle speranze (High Hopes), che rilancia Mike Leigh nel mondo del cinema per il grande schermo. Il film, presentato a Venezia e premiato agli European Film Awards, ottiene buona distribuzione e il regista abbandona definitivamente la televisione. Due anni dopo è la volta di Dolce è la vita (Life Is Sweet), il primo lungometraggio prodotto dalla Thin Man Films, società fondata nel 1988 dallo stesso Leigh con Simon Channing-Williams, suo ex aiuto-regista sul set di Grown-Ups e, successivamente, co-produttore del cortometraggio The Short and Curlies (1987) e di Belle speranze. Nel 1993 i due soci trionfano a Cannes con Naked - Nudo (Naked), che ottiene un premio per la miglior regia e uno per il miglior attore (David Thewlis). La conferma definitiva è tuttavia rappresentata da Segreti e bugie (Secrets& Lies, 1996), che si aggiudica la Palma d’oro a Cannes, cinque Nomination agli Oscar, un Golden Globe e tre premi BAFTA. Dopo Ragazze (Career Girls, 1997), che passa abbastanza inosservato, il regista di Salford si impegna nella sua prima produzione in costume, Topsy-Turvy - Sotto-sopra (Topsy Turvy, 1999), ricostruendo, in oltre due ore e mezza di film, la collaborazione tra il compositore Arthur Sullivan e il drammaturgo William Gilbert sullo sfondo di una Londra fine Ottocento. Benché apprezzato solo da una parte della critica, il film si impone alla Mostra di Venezia facendo vincere all’attore Jim Broadbent una Coppa Volpi e conquistando anche due Oscar (per i costumi e il trucco). Nel 2002 Leigh presenta a Cannes Tutto o niente (Allor Nothing), col quale ritorna alla dimensione della periferia londinese, da lui sempre indagata con estrema attenzione. Due anni dopo vince il Leone d’oro a Venezia con Il segreto di Vera Drake (Vera Drake), ambientato sempre a Londra ma negli anni Cinquanta. Nel 2005 mette in scena al National Theatre di Londra Two Thousand Years, una delle sue pièce di maggior successo. Il suo ultimo lungometraggio, La felicità porta fortuna - Happy Go Lucky (Happy-Go-Lucky, 2008), ha fruttato un Orso d’argento a Berlino all’attrice protagonista Sally Hawkins, premiata anche con un Golden Globe. Leigh, invece, ha ottenuto una Nomination agli Oscar per la sceneggiatura. Il regista sta attualmente lavorando al suo nuovo film, la cui uscita è prevista per il 2010. Nell’aprile del 2009 è scomparso Simon Channing-Williams.
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