Dove volano le tartarughe? Il cinema di Bahman Ghobadi
Bahman Ghobadi, nato a Baneh, nella regione del Kurdistan, è senz'altro una delle personalità di maggior rilievo dell'ultima generazione di cineasti iraniani. Figlio di un territorio e di un popolo tra i più martoriati del Medio Oriente, si è fin da subito presentato come cantore della sua terra natale, scegliendo come protagonisti bambini, adolescenti o ragazzi, simboli viventi della precarietà - ma anche dell'inesauribile vitalità - di un'etnia che nel corso dei secoli ha fatto dell'attraversamento dei confini, delle frontiere arbitrariamente create dalla politica, la cifra della propria esistenza. In film come Marooned in Iraq, Turtles Can Fly e Half Moon, i personaggi di Ghobadi si spingono in luoghi geografici o cinematografici inesplorati e insieme letteralmente minati, forzando i limiti della rappresentazione all'insegna di una messa in scena che, pur pervasa dal grande lirismo dei paesaggi del Kurdistan, pur animata dalle vicende ora crudeli ora bizzarre vissute dai suoi eccentrici protagonisti, non dimentica mai di agganciarsi all'attualità scottante di una terra segnata dalle guerre. Non solo. Strumentista in un gruppo di musica tradizionale curda, è sempre stato affascinato dalla forza comunicativa e visiva del canto, del ballo, della performance, considerati lingua franca e veicolo di espressione libero da qualsiasi forma di autorità. Da questo punto di vista il suo ultimo film è emblematico: ambientato nel sottobosco musicale di Teheran, I gatti persiani ospita alcune tra le band più importanti del circuito indie della capitale e lega il loro destino a quello di una metropoli viva, caotica, frenetica, percorsa da fremiti di libertà e insieme soffocata dalla cappa asfissiante del controllo di uno Stato integralista. Il risultato è un'opera ambiziosa, ancora una volta al confine tra finzione e realtà, luce e buio, lecito e illecito, musica e silenzio, girata clandestinamente in pochi giorni, capace di cogliere una faccia inaspettata di quel movimento giovanile di dissenso che ha cercato di affermarsi in Iran negli ultimi anni. La retrospettiva dedicata a Bahman Ghobadi, ospite del Festival, è curata da Marco Dalla Gassa e Fabrizio Colamartino, specialisti di cinema orientale, con la collaborazione di Farian Sabahi, giornalista, scrittrice e docente di Storia dei Paesi islamici all'Università di Torino.
Biofilmografia
Bahman Ghobadi (Baneh, Iran 1969), di cittadinanza iraniana e origini curde, studia a Teheran e si occupa di fotografia industriale. Appena ventenne gira i primi corti e documentari in super-8, firmando poi i documentari L for Life, Life in Fog e That Man Came. Il riconoscimento internazionale arriva però solo nel 2000 grazie a Il tempo dei cavalli ubriachi, primo lungometraggio girato interamente in curdo. I successivi film, sempre girati nella sua regione natale, ai confini tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, ne confermano il talento. Da Marooned in Iraq a Turtles Can Fly, forse il suo capolavoro, che ha mietuto premi ai Festival di San Sebastián, Berlino e Rotterdam, da Half Moon, premio per il miglior film a San Sebastián, fino al più recente I gatti persiani, Premio speciale della giuria al Festival di Cannes, ogni suo lavoro ha trovato un pubblico sensibile e attento non tanto in Iran (dove i suoi film raramente sono distribuiti), quanto tra gli appassionati di cinema di tutto il mondo. È anche produttore di giovani registi curdi nonché musicista in un gruppo di musica tradizionale.




