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ALIEN: RESURRECTION (Alien: la clonazione)

Soggetto: dai personaggi di Dan O'Bannon e Ronald Shusett. Sceneggiatura: Joss Whedon. Fotografia (col., 35mm.): Darius Khondji. Effetti visivi: Pitof, Erik Henry. Musica: John Frizzell. Suono: Leslie Shatz. Scenografia: Nigel Phelps. Costumi: Bob Ringwood. Montaggio: Hervé Schneid. Interpreti: Sigourney Weaver (Ellen Ripley), Winona Ryder (Annalee Call), Dominique Pinon (Vriess), Ron Perlman (Johner), Gary Dourdan (Christie), Michael Wincott (Frank Elgyn), Kim Flowers (Sabra Hillard), Dan Hedaya (il generale Perez), J.E. Freeman (il dottor Wren), Brad Dourif (il dottor Gediman), Raymon Cruz (Vincent Di Stefano), Leland Orser (Larry Purvis), Carolyn Campbell (l'anestesista), Marlene Bush (la scienziata), David St. James (il chirurgo), Nicole Fellows (Ripley da piccola). Produttori: Bill Badalato, Gordon Carroll, David Giler, Walter Hill, Sigourney Weaver. Produzione: 20th Century Fox / Brandywine. Distribuzione italiana: 20th Century Fox. Origine: USA, 1997. Durata: 109'.

Duecento anni dopo il suicidio di Ellen Ripley, che si era gettata tra le fiamme per uccidere l'Alien che portava dentro di sé, il generale Perez dei Sistemi Uniti sta conducendo degli esperimenti a bordo della gigantesca nave spaziale Auriga. Con la collaborazione dei suoi scienziati, Perez tenta di dar vita ad un clone di Ripley per poter far nascere una nuova generazione di Alien. Le mostruose creature, una volta addomesticate e addestrate, verranno impiegate a scopi militari. All'ottavo tentativo, finalmente gli scienziati riescono a clonare perfettamente Ripley. La donna, però, è frutto di una inaspettata mutazione: il suo sangue è acido, la sua forza è nettamente superiore a quella degli umani e possiede un'empatia con gli Alien. Ripley, inoltre, ha dentro di sé i ricordi del suo passato. Perez, intanto, accoglie la piccola nave cargo Betty, che gli consegna degli esseri umani per condurre nuovi esperimenti. L'equipaggio della Betty è composto, tra gli altri, dai tecnici Johner e Vriess (che è paralitico e si sposta su una sedia a motore) e dal robot Call. Quest'ultima si rende subito conto che qualcosa non va e, per capirne di più, incontra Ripley. La donna le spiega che alcuni Alien sono stati già generati e Call decide di fermare gli uomini di Perez. Le creature, intanto, sono riuscite a liberarsi e hanno iniziato a mietere vittime. I militari evacuano la nave, che si sta dirigendo automaticamente verso la Terra. Ripley si unisce all'equipaggio della Betty, che tenta di tornare a bordo del cargo per fuggire. Lungo il percorso, Ripley scopre il laboratorio dove si conducevano gli esperimenti e lo brucia con un lanciafiamme. Dopo aver nuotato in una zona allagata, gli uomini della Betty finiscono in un gigantesco nido dove gli Alien hanno deposto le loro uova. Queste ultime vengono date alle fiamme ma le creature assaltano i loro nemici uccidendone altri. Superato l'ostacolo, Call si connette al computer centrale e lo programma in modo che la nave si schianti sulla Terra. I superstiti hanno solo tre quarti d'ora per raggiungere la Betty. Ripley, però, precipita attraverso una grata e trova la 'regina', ossia l'Alien che lei stessa ha prodotto. La regina, a differenza degli altri mostri, ha un apparato riproduttivo umano e non ha bisogno di deporre le uova. Dopo poco partorisce un Alien che ha sembianze più simili a quelle dell'uomo. La creatura uccide la regina e considera Ripley la propria madre. La donna riesce a fuggire e sale sulla Betty ma scopre che l'orribile mostro è riuscito a salirci. Con uno stratagemma, Ripley lo uccide e consente alla Betty di raggiungere la Terra. L'Auriga, nel frattempo, si è schiantata come previsto. Betty e Call, sedute in cima ad una collina, contemplano una Parigi semidistrutta.

«Arrivato per la prima volta a Hollywood reduce dalle pesanti critiche rivoltemi dalla stampa francese per La città perduta, quando gli americani mi dissero di aver visto il film cinque volte e di averlo amato molto, pensai che mi stessero prendendo in giro. In realtà mi resi conto che dicevano sul serio; d'altra parte mi avevano proposto di dirigere Alien: la clonazione proprio dopo aver visto La città perduta. Credo che mi fecero questa proposta non soltanto perché avevano visto nel mio film un certo gusto estetico (avevo chiesto a Caro di venire con me a Hollywood proprio per questa ragione ma alla fine decise di non essere interessato) ma anche perché volevano che Alien avesse lo stesso tipo di effetti speciali. A loro piacevano anche le idee bizzarre che avevo messo nel film. Mi dissero che, essendo già un gran rischio fare un nuovo Alien, avrebbero rischiato di meno rischiando con le mie idee. Alla fine, in effetti, apprezzarono tutte le mie proposte e me le lasciarono inserire nel film, a parte alcune che erano troppo costose».

«Per me e per lo staff francese che ho portato con me è stata una straordinaria avventura. Ha influenzato la nostra vita privata perché quando sei all'estero tutto è nuovo e diverso, perché avevamo la responsabilità di un budget da 80 milioni di dollari e perché io all'epoca non parlavo inglese e dovevo avere sempre un interprete al mio fianco. Ho deciso subito che avrei aggiunto ad ogni scena una mia idea, in modo da sentire il film davvero come una mia creazione. Kassovitz mi ha fatto un bel complimento dicendo che sembra un film di Jeunet con degli alieni dentro. Quando sono tornato in Francia, dopo venti mesi a Los Angeles, mi sono sentito trattato un po' come un eroe, come se avessi vinto una medaglia d'oro alle Olimpiadi. I critici francesi mi hanno esaltato, forse anche eccessivamente. C'è un critico che ha stroncato tutti i miei film tranne questo, dismostrando così di non sapere nulla di cinema visto che Alien: la clonazione è un sequel e i sequel sono per definizione privi di interesse, perché interessante è dar vita ad un film nuovo. A coloro che si domandano perché io abbia accettato di fare un film del genere, posso rispondere che, per un regista francese, questa era una straordinaria opportunità di fare un grande film hollywoodiano con tutti quei mezzi a disposizione. Detto ciò, qualche difficoltà l'abbiamo avuta, molte cose non hanno funzionato e il metodo di lavoro hollywoodiano è un po' un mito».

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