Coerenza, ascolto e solidarietà: le tre pillole chiave della lotta alla mafia

Mercoledì 16 dicembre, il Sottodiciotto ha organizzato al teatro Alfieri una tavola rotonda con esponenti della lotta alla mafia. Erano presenti Gian Carlo Caselli, procuratore della Repubblica di Torino, Francesco Forgione, ex presidente della commissione parlamentare Antimafia, Lirio Abbate, giornalista de “L’Espresso” più volte minacciato da malavitosi, e Don Marcello Cozzi, coordinatore dell’associazione Libera per la Basilicata.

L’incontro era rivolto specialmente ai giovani, venuti da tutta Italia, per sensibilizzarli sul problema della legalità. Sono stati proiettati due corti sul medesimo tema: uno di questi, Io vivo, in memoria di Giuseppe Di Matteo, bambino di undici anni ucciso e sciolto nell’acido dalla mafia, perché figlio di un collaboratore di giustizia.

La conferenza è iniziata con le parole di Abbate, che ha descritto l’omicidio del piccolo Di Matteo come uno dei più atroci delitti di Cosa Nostra. Ciò che portò la mafia a sequestrare il bambimo fu il fatto che il padre, Santino Di Matteo, confessò al procuratore Caselli il più grande segreto di Cosa nostra, la ricostruzione parola per parola della strage di Capaci, rivelandone tutti i colpevoli. Abbate ha sottolineato il valore di film e cortometraggi, come Io vivo, I cento passi, Fortapàsc, che ricordano giovani vittime della mafia, di cui si è purtroppo sempre parlato troppo poco. L’inviato ha inoltre sottolineato l’importanza di aprire le vedute ai ragazzi e di abituarli a tenere d’occhio la politica, in cui si tesse la complicata tela mafiosa che fa sì che in un uomo solo si possano celare le tre diverse identità di un mafioso, di un imprenditore e di un politico.

Ha preso poi la parola Marcello Cozzi, che ha individuato come strumento per la lotta giovanile alla mafia il prestare attenzione ai fatti che accadono e l’ascoltare la voce di chi subisce, al fine di costituire “un’antimafia sociale, dell’ascolto e della prossimità”. Come aveva dichiarato un tempo Don Milani, e come afferma ora lo stesso Cozzi, il compito della scuola non è solo quello di istruire i ragazzi, ma è anche quello di formare in loro il senso di legalità.

L’ex presidente della commissione Antimafia, Forgione, ha ribadito allo stesso tempo l’importanza della trasparenza politica, il bisogno da parte di tutti di informarsi, perché “ se non controlliamo la politica, quello che fa, se non la seguiamo, se non siamo in grado di giudicarla, non potremo mai averla in mano e ripulirla”. Nello specifico Forgione condanna l’atteggiamento di coloro che scaricano le loro responsabilità sui giovani, dicendo “il futuro è nelle vostre mani”, dal momento che ognuno ha il diritto e il dovere di rivendicare il proprio presente, di avere il resoconto di ciò che si sta facendo adesso. Solo così, secondo lo stesso ex numero uno dell’Antimafia, si potrà ottenere un futuro migliore. Come Don Cozzi, anch’egli asserisce l’importanza della scuola, e in modo specifico di quella pubblica, uno dei primi strumenti capaci di sottrarre l’avvenire alla mafia.

Per quanto riguarda il ruolo delle istituzioni il giornalista critica l’atteggiamento di alcuni partiti di tendere a spostare l’attenzione della gente da ciò che maggiormente influisce sui problemi dello Stato e sul malessere, come la mafia e la corruzione, a problemi isolati e poco influenti, come l’immigrazione. La corruzione costa infatti al sistema italiano 62 miliardi l’anno, più la ricchezza della mafia, che, per rendere l’idea, da una sola fra le tonnellate di coca che importa, guadagna 200 mila euro. Tutto ciò va sommato all’evasione fiscale, che toglie allo Stato 28 miliardi circa all’anno. La somma di queste cifre è il costo sociale che noi oggi paghiamo. Conclude infine Forgione, che è proprio questo che ci deve portare a capovolgere e a ricostruire i valori della politica.

Per ultimo prende la parola il magistrato Caselli, che esordisce raccontando il mestiere del giornalista Abbate, che per ciò che scrive, scomodo alla mafia, ha subito più volte intimidazioni e minacce. Proprio per la sua capacità di non stravolgere le informazioni, non minimizzarle, non tralasciare nulla, anche i dettagli non penalmente rilevanti, egli è andato spesso di fronte a questi pericoli. Abbate, continua il procuratore, non si gira dall’altra, non rende il silenzio complice dei mafiosi. “Uomini d’onore”, così si definiscono, ma la mafia non ha nulla di onorevole, i mafiosi sono bestie, vigliacchi, disposti a sciogliere un bambino nell’acido pur di far prevalere i loro interessi, sono uomini del disonore, dice il procuratore. Per combatterli Caselli sostiene la necessità di un’antimafia sociale che parta dal piccolo di ognuno di noi. Un esempio sono i territori confiscati alla mafia, da cui nascono prodotti alimentari, ma anche nuove opportunità di lavoro. Attaccando il patrimonio che la mafia si è costruita con attività criminali, si cerca di“restituire ciò che i mafiosi hanno rapinato”.

Lorenzo Licata, Elena Luda e Edoardo Schiesari

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