Clandestini, profughi, immigrati: un salto oltre i pregiudizi

Chiamateli profughi, clandestini, immigrati. Ma per tante persone questi termini saranno sempre accomunati alla parola “delinquente”. Difficile pensare che siano uomini tali e quali a noi, difficile ragionare con la loro testa, difficile immaginare le difficoltà che attraversano anche solo per poter vivere in modo dignitoso, per poter spedire qualche soldo in più alle loro famiglie, per sfuggire a guerre e persecuzioni.

L’associazione attivista Amnesty International alla vigilia della giornata mondiale sull’immigrazione presenta a Sottodiciotto FilmFestival il film del francese Philippe Lioret Welcome, con la speranza di sensibilizzare giovani e no su un tema così delicato e che ha caratterizzato più di un secolo di storia.

Marco Dalla Gassa e Luisa, una collaboratrice di Amnesty International si sono messi alla prova davanti a un pubblico prevalentemente composto da ragazzi rispondendo alle loro perplessità riguardo a questa tematica e proponendo il loro punto di vista sull’immigrazione, con l’aiuto del film. “Il tema della clandestinità e dei sogni di moltissimi ragazzi è stato raccontato da Lioret in modo altamente emotivo”, spiega Marco Dalla Gassa, “che con un gioco di specchi fa sì che lo spettatore si personifichi nei personaggi”.

Bilal, il ragazzo irakeno che vuole a tutti i costi raggiungere l’Inghilterra anche a nuoto per congiungersi con la sua ragazza Mina, è identificato come “un personaggio, in cui il cuore prevale sul raziocinio dei rischi che corre, un ragazzo buono, gentile, disposto a tutto pur di realizzare il suo sogno”. Chiaramente il modo con cui è presentato non fa certo pensare al clandestino che molti hanno in mente, violento e pericoloso, a testimonianza che il cinema, dice Marco Dalla Gassa, “nove volte su dieci racconta una verità parziale, che un altro punto di vista può vedere in maniera diversa.”

Non si può certo negare che le riprese di Lioret siano del tutto simili a ciò che veramente accade nella realtà, e i personaggi siano molto romanzati. Secondo Luisa, tuttavia, “anche grazie alle notizie che giungono dai Cie, i Centri d’identificazione e di espulsione, si devono condannare le innegabili pratiche disumane con cui vengono trattati i clandestini, e fatti recenti come quelli di Torino e Firenze devono far riflettere.

“Alcune immagini, benché molto romanzate” prosegue l’attivista di Amnesty “come quelle dei due uomini respinti dal supermercato solo perché di colore diverso, degli abusi perpetrati dagli agenti e anche dalla gente comune nei confronti dei clandestini e di chi prova ad aiutarli,  rispecchiano le iniziative populiste di Sarkozy contro gli immigrati. L’Italia stessa in molti casi ha agito in maniera totalmente anticostituzionale nei confronti dei clandestini, respingendoli nelle loro terre anche quando precise leggi obbligano ad accogliere coloro che giungono da paesi in guerra o in cui sono perseguitati”.

Sempre Luisa, verso la fine della conferenza, definisce in modo semplice e chiaro il termine clandestino, da sempre visto come qualcosa di negativo: “Clandestino è chiunque non abbia con sé un documento. Anche noi stessi, se ci capita di dimenticare il documento mentre siamo in giro, possiamo definirci clandestini”.

Alle parole di Luisa Marco aggiunge che “la visione degli immigrati che arrivano per mare sui barconi tende a essere quella più generale poiché molto mediatizzata, ma non dobbiamo dimenticarci di coloro che arrivano anche regolarmente per via aereo o su un traghetto, oltre a chi con un tasso di rischio molto alto giunge in camion, trattato come merce”.

Al termine del dibattito prende la parola una professoressa del liceo Grassi: “I ragazzi delle scuole”, dice, “hanno bisogno di persone come Luisa e Marco che spieghino loro cosa realmente sia l’immigrazione e che cosa ruoti intorno a questo tema, in modo che non si facciano influenzare solo da quello che dicono giornali e televisioni”. Un altro modo per dire: non fermatevi al colore della pelle.

Davide Costa

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