Dopo tutto è solo un altro mattone nel muro. Ma dopo 29 anni emoziona ancora

We don’t need no education
We don’t need no thought control
No dark sarcasm in the classroom

Teachers leave those kids alone
Hey, teacher leave those kids alone!

Chi non ha mai intonato questo motivetto? Chi non si è mai abbandonato, almeno una volta nella vita, alle melodie di Roger Waters e alle note di David Gilmour? Chi non si è mai lasciato andare all’estasi, allo stato di pura ebbrezza che si prova ascoltando la musica dei Pink Floyd?

Il festival Sottodiciotto, domenica 11, ha esaudito il desiderio di chiunque volesse riprovare quelle emozioni uniche, quel brivido sulla pelle, proiettando al cinema Massimo il capolavoro di Alan ParkerPink Floyd The Wall”, forse il film più celebre del regista britannico, sicuramente quello che egli ricorda con maggior sofferenza, a causa dei diverbi e dei contrasti avuti con Waters, l’ideatore del progetto.

Il film, nato come trasposizione cinematografica del concept album “The Wall”, è diventato negli anni un vero e proprio film di culto, un incredibile connubio di musica e immagini che ha saputo ammaliare e sorprendere diverse generazioni di spettatori. La ragione dell’enorme successo di questa pellicola sta proprio nell’uso della musica come protagonista unica e incontrastata, una musica che è stata definita da Parker stesso “la vera voce narrante”, perché racchiude in sé una storia ed è in grado di raccontarla senza l’ausilio di parole o dialoghi.

La storia che The Wall racconta non è uniforme e lineare, ma complessa e intricata come la mente del suo protagonista Pink (Bob Geldof), una rockstar con problemi di droga che decide inconsciamente di creare una barriera psicologica attorno a sé, un muro che mattone dopo mattone lo isola dalla realtà a lui circostante, dal suo difficile passato, dal suo successo e dai suoi problemi sentimentali, rendendolo pazzo e incontrollabile.

Le chiavi di interpretazione del film sono differenti. Vi sono infatti narrati diversi momenti che hanno segnato la vita di Waters e che forniscono alla pellicola un valore autobiografico. Ma il tutto può essere anche letto come una critica sociale e presenta alcune caratteristiche del thriller psicologico.

Alan Parker riesce a trasmettere alla perfezione il dramma mentale del protagonista riutilizzando le immagini animate forti e dirette che Gerald Scarfe aveva realizzato per il tour dei Pink Floyd e che venivano proiettate su un muro ad ogni loro concerto. Le animazioni si fondono con la musica, le immagini si susseguono scandite dalle note di Another Brick in the Wall, Comfortably Numb, Goodbye Blue Sky e di tutti gli altri magnifici successi presenti nell’album.

Curiosa e azzeccata è stata la scelta di Parker di affidare il ruolo di protagonista al cantante Bob Geldof, che nonostante fosse alla sua prima esperienza da attore e non amasse la musica della band britannica, è riuscito a immedesimarsi a pieno nel personaggio, dimostrando capacità interpretative notevoli.

Insomma, Pink Floyd The Wall  ha dimostrato ancora una volta di meritare la fama mondiale che tuttora possiede, arrivando diritto alla testa e al cuore del pubblico in sala, che non ha potuto fare a meno di inchinarsi di fronte all’immensità di questo grande capolavoro.

Andrea Ruggeri

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